giovedì 18 settembre 2008

ALLENATORI: "UOMINI DI RUGBY"

Dalla guida.dada.net sul rugby, a cura di Pietro Scanziani (Pubblicato il 28/03/2006):

Troppi allenatori studiosi del gioco e poco "uomini di rugby", per fortuna il cuore conta ancora più degli schemi di gioco.

foto intervento

Dopo un po' di anni di sport balza agli occhi la netta divisione tra allenatori diciamo: "tecnici", e una seconda categoria di allenatori, cosidetti: "uomini di rugby". Con l'avvento del professionismo, in particolare, come è successo anni addietro per altre discipline sportive, la crescita della rosa delle squadre, il numero maggiore d'impegni e gli interessi economici sempre più importanti, hanno mutato l'assetto tecnico delle squadre moderne e le necessità gestionali.

I club, anche i più piccoli, hanno la necessità di un vero e proprio staff tecnico che segua e regoli la vita della squadra. Possiamo dire che un preparatore atletico non lo si nega a nessuno e, vista la penuria di opportunità di lavoro per i laureati di scienze motorie, possiamo anche considerarla una funzione sociale.

Al di la delle facili battute, anche i giocatori dilettanti pretendono (giustamente) di essere seguiti da persone preparate e da tecnici aggiornati che preparino le sessioni d'allenamento secondo una programmazione e una logica di gestione del gruppo.

Da qui, la nascita degli allenatori di una categoria tutta nuova di puri "tecnici", preparati sul piano teorico, aggiornati sulle tecniche di gioco più moderne ma, troppo spesso, incapaci di fare gli allenatori. Ossia: 1 comunicare; 2 motivare.

L'allenatore, specie nel gioco del rugby, è prima di tutto "uomo di rugby", ossia una persona dotata di un sesto senso, capace di comprendere le dinamiche più profonde dei rapporti sociali all'interno del gruppo, abile nel capire i singoli uomini che ne fanno parte.

E' inutile avere preparatori atletici, psicologi, video analisti se nel cuore della squadra il sistema linfatico non funziona. Se le redini del gruppo non sono in mano a allenatori "uomini di rugby" (o di sport se vogliamo) capaci di toccare i tasti giusti per motivare, rincuorare, eccitare, far divertire e lodare. L'esperienza di 10 mesi passati insieme non porterà a nessun risultato sportivo e men che meno a una esperienza di vita istruttiva senza un leader vero e proprio.

Il pensiero positivo, tanto caro allo psicologia dello sport, o altri approcci come il "gol setting" oppure il "training propriocettivo" non si possono apprendere sui libri. Sono delle capacità che gli allenatori devono possedere insieme a delle innate doti morali.

E' una legge dello sport. Non tutti possono essere titolari, non tutti possono fare il capitano e non tutti possono essere allenatori. L'allenatore "uomo di rugby" è un maestro, un padre e una guida e prima di tutto un uomo che sa porsi in questo ruolo. Oltre a questo è dotato di una capacità "olfattiva" per comprendere cosa serve in ogni momento della vita di un gruppo nell'arco dei 10 mesi della stagione. Quando bastone, quando carota, quando risate, quando concentrazione, quando orgoglio, quando disciplina.

Ecco, forse da questo punto di vista dovremmo fare un passo indietro e tornare a una specie di allenatore vecchia maniera. La vittoria, a qualsiasi livello, si raggiunge grazie a un'amalgama speciale e questi druidi moderni sono gli unici a conoscere la ricetta.

Un ultimo appello: si vedono sempre più allenatori di rugby "scimmiottare" comportamenti propri di altre discipline sportive dalle quali abbiamo ben poco da apprendere. Forse sarà la televisione, forse la mania di protagonismo ma nel rugby l'allenatore va in tribuna e lascia le redini del gruppo al capitano. Non sbraita a bordo campo contro giocatori, arbitri e mala sorte. Riprendiamo i caratteri distintivi del nostro sport, educazione e disciplina. Come possiamo insegnare ai nostri ragazzi la disciplina quando l'allenatore è il primo a comportarsi da indemoniato?

Nuovamente e per l'ultima volta: abbiamo bisogno di più "uomini di rugby".

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